Storia e Cultura

Aquila d'Arroscia - Museo Archeologico della Valle Pennavaire
Sede-punto del Museo del Territorio della Valle Arroscia "I volti dell'Ubagu", si propone come introduzione all'itinerario naturalistico-speleologico-archeologico che dall'abitato di Aquila porta verso lo spartiacque con le valli del Pennavaira e del rio Ferraia, oltre il maestoso rudere del castello dell'Aquila dei Signori Del Carretto.
Negli spazi del laboratorio sono illustrate, con un impianto narrativo semplice e didascalico, le vicende che caratterizzano la storia di questo territorio, frequentato dall'uomo attraverso 10.000 anni, dalla preistoria ad oggi. Finalità principale è quella di accompagnare il visitatore in una dimensione naturalistica e geologica poco nota, popolata da piante tipiche delle aree umide, fatta di bastioni calcarei, con episodi carsici che hanno creato cavità e grotte, talvolta unite a spettacolari cascate. Le testimonianze della vita preistorica ritrovate nelle grotte, che qui prendono il nome ligure preromano di 'arma', in particolare pietre lavorate, ceramica dell'età del Ferro, resti di focolari, permettono di ricreare nel laboratorio archeologico le condizioni di vita dei cacciatori del Paleolitico o dei pastori neolitici e di riprodurre e utilizzare manufatti e materiali. Un plastico indica l'esatta ubicazione sul territorio delle grotte visitabili, raggiungibili mediante un sentiero segnalato.

Aquila d'Arroscia - Ruderi del castello
Il castello sarebbe stato eretto nel 1090 ma mancano notizie precise fino al 1202, quando, entrato il territorio a far parte del marchesato di Clavesana, questi signori strinsero alleanza con Genova.
Nel 1286 Albenga vorrebbe impadronirsene ma Emanuele l, che vi aveva preso dimora, lo difende strenuamente.
Se ne impossessa invece il marchese Giorgio Del Carretto nel 1346.
Trascorsi pochi anni il feudo torna ad essere dominio dei Clavesana e ciò fino al 1393, quando il marchese Giovanni di Saluzzo lo vende al Comune di Genova della quale, da questo momento, Aquila d'Arroscia seguirà il destino. Dal 1928 al 1947 fu aggregata al Comune di Borghetto d'Arroscia.

Borghetto d'Arroscia - Ponte romano
Nel piccolo comune di Borghetto d’Arroscia, incastonato nella Valle Arroscia, è possibile ammirare uno splendido ponte romano ancora perfettamente conservato.
Il ponte medievale ha una struttura a schiena d’asino ed è ancora praticabile a piedi, consentendo di ammirare lo scorrere del fiume Arroscia.

Cosio d'Arroscia - Museo delle Erbe
Il sito museale di Cosio denominato “In Herbis Salus”, fa parte del Museo del Territorio “I Volti dell’Ubagu”, diviso su due piani comprende un'esposizione di circa 150 specie di piante aromatiche medicinali ed eduli, classificate col nome latino e volgare, le apparecchiature per la preparazione di tinture, estratti, tisane. Infine al piano superiore si trova il laboratorio didattico ed emeroteca.

Mendatica
Museo della Cartografia Storica
All’interno del Museo sono conservate numerose riproduzioni fotografiche di mappe del territorio risalenti al XVI-XVIII secolo e recuperate dagli archivi di Stato di Torino, Genova e Nizza.
La collezione si dispone in due sale, l’una dedicata al primo periodo dell’arte cartografica, con piccole mappe riproducenti strade carreggiabili, insediamenti e luoghi di culto per la maggior parte ancora oggi esistenti, l’altra riservata invece al periodo napoleonico, con carte di più grandi dimensioni.
Museo del Pastore
Nel Museo del Pastore è raccolta la tradizione popolare del territorio: oggetti e strumenti utilizzati dai pastori per la lavorazione del latte sono visibili all’interno degli ambienti ricostruiti di una tipica abitazione. Come gli edifici di un tempo, anche il museo si sviluppa su due piani di identica estensione; il piano terra, ricostruito come stalla, è un unico ambiente che conserva gli oggetti abituali del pastore, sia per la cura del bestiame che per la produzione del formaggio. Al piano superiore sono stati invece ricostruiti i due vani principali all’interno dei quali si svolgeva la vita quotidiana delle famiglie: da un lato la cucina con il focolare centrale, dall’altro la stanza da letto con i pochi effetti personali destinati all’abbigliamento e alla cura del corpo.
Museo Naturalistico
Nel museo si possono ammirare diversi splendidi esemplari di fauna locale, alcuni dei quali
difficilmente avvistabili in natura.
Le vecchie prigioni
Costituite da due celle che nel XVI secolo ospitavano temporaneamente i detenuti in attesa di essere giudicati dal Tribunale della vicina Pieve di Teco. Oggi, l’antico carcere accoglie al proprio interno una ricca selezione di oggetti della vita quotidiana del passato, che insieme a quelli esposti nella più ampia Casa del Pastore riescono ad evocare un’immagine concreta ed efficace della cultura materiale del passato di questo territorio.

Montegrosso Pian Latte - Museo della Castagna
Il Museo della Castagna al suo interno propone un percorso suddiviso in sei punti, che illustrano con cartelloni e numerose fotografie la castagna in tutti i suoi aspetti.
Il nucleo principale è costituito dall'esposizione "IL BOSCO ADDOMESTICATO"; di qui ha inizio un itinerario che conduce prima ad un essicatoio recentemente restaurato, poi ad una radura nel bosco dove sono state ricostruite due carbonaie (una intera ed una sezionata) ed infine ad un bosco di castagni.
I temi affrontati all'interno sono
1. aspetti storici e botanici;
2. utilizzi;
3. tecniche di lavorazione e conservazione della castagna;
4. il castagneto tra passato e futuro;
5. gli aspetti economici;
6. la produzione del carbone.
In esposizione anche la “macchina per battere le castagne” (costruita negli anni 40'), presentata come primo esempio di industrializzazione delle fasi di una tradizionale lavorazione manuale.

Pieve di Teco
Teatro Salvini
Il Teatro Salvini, per le piccolissime dimensioni, è considerato il più piccolo teatro del mondo. Realizzato a metà ottocento, le caratteristiche dell'edificio non corrisponde ai canoni teatrali ottocenteschi, ma richiami tipologie sei-settecentesche, esso presenta 43 metri quadrati di palcoscenico, 99 posti a sedere tra la platea e i 2 ordini di palchi ed il loggione; tali palchi sono allineati su una pianta ad "U" stretta e lunga. Questa configurazione trae motivo da una necessità di interazione con la platea nel caso di feste danzanti, molto frequenti all'epoca. Il palcoscenico è separato dalla sala da un boccadopera decorato pittoricamente. Da ricordare che tutta la struttura della sala, la sua copertura, il palcoscenico sono interamente in legno.
I portici quattrocenteschi
I grandi portici ogivali della via centrale sorgono a partire dal '400 e attorno alla prima metà del '500. I portici erano costruiti dalle singole famiglie private, e la loro altezza era proporzionata al censo del proprietario. Ve ne sono di circa 7 metri, su passo di 8. Esistevano tuttavia precisi decreti della Repubblica che ne definivano l'altezza minima. Da questo insieme,iniziativa privata e regolamentazione pubblica, deriva l'affascinante aspetto che sono tutti l'uno diverso dall'altro, ed insieme mostrano una coerenza stilistica complessiva molto unitaria. Sulle volte si aprono qua e là piccole finestrelle, forse aventi inizialmente funzione difensiva, poi diventate discreti osservatori per "scutizzàa", cioè per curiosare, inosservati, il passeggio del pievesi sotto i portici. Le volte portano tuttora gli anelli cui erano appese le stadere per la pesatura delle merci, o le carrucole per la movimentazione dei carichi.
Il Museo delle Maschere di Ubaga
Le "Maschere di Ubaga" è un progetto nato da una ricognizione di Franco Dante Tiglio sulle origini e sui contenuti della cultura contadina di Ubaga, piccolo centro del territorio dell'Alta Valle Arroscia, nel corso della quale hanno preso forma memorie, situazioni, eventi ed esperienze, condensate in figure simboliche la cui interpretazione poetica e plastica è stata demandata a 80 maestri italiani e stranieri dell'arte contemporanea. Nell'idioma Ligure pre-latino "Ubagu" designava località alpestri, fredde, scoscese, selvose, esposte a settentrione e del tutto inospitali, ma le cui remote radici affondano nel substrato etnico - culturale di quelle primitive tribù di pastori agricoltori che, per circa due millenni, avevano dato vita al culto del monte Bego.
Le maschere di Ubaga riattualizzano i momenti vitali dell'esistenza che riguardano gli spazi dell'anima e la comunione con la natura. Con il linguaggio delle forme e dei colori e con l'ausilio dei simboli, esse evocano immagini di forze cosmiche, anche di virtù e debolezze della natura umana, che formalizzano le categorie del "bene" e del "male", aventi un'influenza fondamentale sul destino del singolo e della collettività. Come simboli di forze naturali o soprannaturali, le Maschere di Ubaga, sono protagoniste di un "rituale" che si richiama alle festività agresti di mezza estate e alla tradizione dei "falò" di San Giovanni, con i quali il mondo contadino celebrava il risveglio della natura. Al rituale, che rappresenta una allegoria mitologica della morte e della rinascita della natura, partecipano 42 maschere suddivise tra quelle propizie da una parte, e dall'altra quelle ostili all'uomo.
Il chiostro di Sant'Agostino
Esterno al borgo è l'ex convento di Sant'Agostino, uno dei rari edifici rinascimentali della zona sopravvissuti e correttamente conservati dopo il restauro. Il chiostro del 1478, con i suoi 24 pilastri ottagonali è il più grande e imponente della Liguria occidentale, ed è dominato dal campanile cinquecentesco a torre con cella a bifore e coronamento a cupola poligonale, con pinnacoli e lanterna.

Pornassio
Le 5 fortificazioni ottocentesche: Forte Centrale, Forte Bellarasco, Forte Montescio, Forte Pozzanghi, Forte Richermo.
Il colle di Nava, importante valico alpino che permette l'accesso al Piemonte dalla Francia, era "sorvegliato" da un sistema di fortificazioni del XIX secolo, edificato dai sovrani sabaudi, ed utilizzato anche in epoca napoleonica, che però nella pratica non fu mai direttamente interessato da conflitti, tuttora ben conservato e visibile nel suo complesso:
· Forte Centrale, sul colle. È un forte di sbarramento in fossa con pianta poligonale costruito su due piani. Ottimamente conservato e visitabile, era attraversato dal primitivo tracciato della strada (che ora, molto allargata, scollina passando a fianco del forte), di cui sono rimasti ben visibili il percorso ad 'S' (fatto apposta per difenderlo dal tiro nemico) e due ponti levatoi (ora fissi). Da notare anche lo scavo di una grossa trincea esposta alle artiglierie del forte e collegata al suo fossato difensivo, per evitare che potesse essere aggirato dagli attaccanti.
Il fossato era controllato da quattro caponiere trapezoidali. Con l’inserimento dell’opera nel Vallo Alpino venne costruita altresì una piccola postazione (la 209) in cemento armato entro
le mura a sud, perfettamente inserita nel fossato del forte centrale.
· Forte Richermo,a SE, sulla costiera che collega il colle di Nava con la valle di Armo è in realtà un fortino circolare di avvistamento, poco più che un avamposto di appoggio ai forti Centrale e Bellarasco
· Forte Pozzanghi, a NW, gemello del precedente ma sul lato opposto del colle di Nava, é stato
ripristinato un comodo percorso pedonale nel bosco che lo collega alla carrozzabile fra Nava e S. Bernardo di Mendatica.
· Forte Bellarasco, a E, sulla costiera che collega Colle di Nava con la valle di Armo. È anch’esso, come il Centrale, un forte di sbarramento in fossa, su due piani. È facilmente raggiungibile deviando a sinistra dalla SS28 subito dopo il forte Centrale se si sta viaggiando verso la Liguria (a destra prima del cartello del forte in caso contrario).
· Forte Montescio, a N, tra Colle di Nava e la colla dei Cancelli di Cosio di Arroscia, permetteva di sorvegliare la Valle del Tanarello, verso la Francia. Molto discosto dagli altri fortini, è in condizioni di forte degrado architettonico ed è pericoloso entrarvi a causa della possibilità di crolli.
Ruderi dell'abside dell'Oratorio di San Raffaele
A Nava su un declivio erboso, sono visibili i resti di un'abside romanica appartenente alla chiesa di San Raffaele, probabilmente legata in origine a un ospizio sul valico di proprietà dei Cavalieri gerosolimitani.
"A prea da cruxe" La pietra delle croci
Nella frazione Ponti di Pornassio si conserva la cosiddetta «pietra delle croci» sulla quale prima ancora della nascita di Cristo si usava incidere una piccola croce a testimonianza di un patto o contratto stipulato.

Ranzo
Percorso d'arte "I GUIDO DA RANZO"
Lungo la carrozzabile che risale il torrente, sorge solitario il più bel monumento dell'intera vallata, la chiesa di San Pantaleo. Il tempio è del '400 ma venne ricostruito su una chiesa preesistente del secolo XI. Della chiesa precedente, oltre all'abside, resta il portico in pietra nera e un'acquasantiera monolitica inserita nel pilone destro. Gli affreschi che decorano la volta e le pareti (secolo XV) sono attribuiti a Pietro Guido, nato qui a Ranzo, mentre al figlio Giorgio viene attribuito il polittico rappresentante la Madonna fiancheggiata dai Santi Filippo e Giacomo, datato 1544, conservato nell'oratorio della Madonna delle Vigne.
A Pietro Guido vengono pure attribuiti gli affreschi che decorano il piccolo protiro pensile della chiesa parrocchiale di Ranzo Bacelega dedicata a N.S. Assunta, costruita dai Benedettini nell'XI secolo e restaurata in epoca barocca.

Rezzo
Santuario di N.S. del Santo Sepolcro
Il Santuario fu eretto nel 1444 per volere dei capi famiglia di Rezzo e dedicato a Maria Bambina.
Si presenta in stile romanico-gotico, con sulla facciata un bel rosone ricavato da un unico blocco di pietra; al suo interno presenta tre navate, divise tra loro da colonne, alcune delle quali monolitiche, con dei capitelli scolpiti a bugne e a foglie.Gli archi tra le colonne presentano un lieve sesto acuto e quasi a metà della chiesa si nota una divisione con banconi in pietra lavorata e murata, posizionata per dividere e organizzare le varie confraternite locali. Lungo le pareti laterali lavorate, sono state poste le acquasantiere, semplici ed eleganti.
Il ponte napoleonico
Attraverso una mulattiera piatta si raggiunge prima il Ponte detto Napoleonico che sovrasta i laghetti di Rezzo, poi il Ponte Calcinaro. Qui sono visibili i resti di un’antica cappella e alcune antiche fornaci per la produzione della calce, da cui il ponte deriva il nome.
Museo "Strade di Pietra"
Il borgo di Cènova onora da centinaia di anni la propria unione con la pietra, da semplice materiale da costruzione a vere opere d'arte. Proprio a questa antica tradizione e alle famiglie locali di scalpellini che nel corso del Quattrocento e del Cinquecento hanno operato nella zona e poi in tutto il Ponente Ligure, è dedicato il sito museale "Strade di Pietra" un museo-laboratorio all'interno del quale i testi illustrativi del contesto di produzione degli scalpellini si alternano ad installazioni video, immagini, mappe, manufatti e strumenti che permettono di conoscere ogni aspetto di questo antico mestiere. Dalla fase di estrazione e trasporto sino alla lavorazione e alla posa in opera, la sede di Cènova accompagna il visitatore alla scoperta del ciclo della pietra fino alla conclusiva sala didattica, dove si possono toccare con mano punte, scalpelli e compassi.
Il museo è articolato in due sezioni:
- Il museo dei lapicidi, a Cènova, con le sezioni relative alle varie fasi di lavorazione della pietra
- I percorsi all'aperto nei centri storici del capoluogo (Rezzo) e delle frazioni (Cènova e Lavina), che permettono di ammirare i vari elementi decorativi, il loro impiego, e, in alcuni casi, il loro successivo riutilizzo.

Vessalico - Centro storico del borgo
Il centro storico conserva edicole, capitelli, iscrizioni e portali del XIV e XV secolo nonché i ferri per la chiusura della porta della chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena costruita in epoca barocca. Durante i recenti restauri della chiesa sono affiorati affreschi che erano stati coperti di calce durante una delle tante epidemie.